Mario Monti si è accorto che noi eravamo quelli con la maglia azzurra dopo il gol di Fernando Torres. Quando l’attaccante del Chelsea ha segnato il 3-0 il premier ha stretto i pugni e ha urlato “non ci prendono più!”, come Sandro Pertini nell’82. Poi si è rivolto a Michel Platini: “Mi avevano detto che l’Italia giocava bene, ma questa è una lezione di calcio!”. Solo allora il pluriraccomandato portaborse del presidente del Consiglio - un cugino di uno zio di un nipote di un bisnonno di Alcide De Gasperi - ha informato Monti della clamorosa gaffe: “Presidente, veramente l’Italia è quella con la maglia azzurra…”. Il premier ha sorriso e si è seduto mestamente.
Monti aveva fatto confusione anche sul gol del vantaggio di Silva, numero 21 della Spagna: “Pirlo è un fenomeno, merita il Pallone d’oro. Hai visto che bel gol di testa?” ha detto il premier a Giancarlo Abete che lo guardava con aria assente. Ma c’è dell’altro. Pare che poco prima della partita di Kiev il presidente del Consiglio abbia spedito un messaggino ad Angela Merkel con scritto “vinciamo noi anche stavolta”. Era convinto che fossimo in finale con la Germania.
Monti non mastica calcio e non beve birra Moretti, ma ha comunque partecipato con entusiasmo alla finale di Euro 2012. Il premier, alla fine della partita, si è concesso con piacere al microfono dell’impavido Amedeo Goria, che dopo aver sposato Maria Teresa Ruta ha trovato anche il coraggio per discorrere amabilmente di pallone con Mario Monti. Il capo del Governo, dopo una breve analisi tecnica, si è rivolto con la solita enfasi al popolo italiano che lo seguiva dai maxischermi delle piazze. Alla fine dell’intervista Amedeo Goria barcollava, gli occhiali di Marco Mazzocchi sbadigliavano e al Circo Massimo dormivano tutti.
Quattro pappines fanno male e scatenano il dibattito, anche se il partito del ‘grazie lo stesso’, sostenuto in prima persona dall’altro Monti, Andrea, direttore della Gazzetta dello Sport, ha ottenuto il maggior numero di consensi rispetto all’opposizione presieduta dai disfattisti. La verità è che l’Italia non poteva battere la Spagna per una serie di motivi extracalcistici. Era impensabile alzare la Coppa con Enrico Varriale e Ivan ‘Ballando con le stelle’ Zazzaroni come opinionisti; era improbabile vincere con la telecronaca di Bruno Gentili, che dopo aver storpiato i nomi di inglesi e tedeschi continuava a confondere Abate con Balzaretti e Xavi con Xabi Alonso, venti centimetri d’altezza e una lunga barba di differenza; era ingiusto trionfare con un presidente del Consiglio che prima suggerisce di fermare il calcio per 2-3 anni e un mese dopo si presenta davanti alle telecamere per incensare i calciatori della nazionale, “esempio per il nostro Paese”. La Spagna ha la principessa Letizia. Noi abbiamo il ministro Passera. Ho detto tutto.
“La sconfitta con la Spagna testimonia ancora una volta che dobbiamo puntare sui giovani” hanno detto con uno slancio di originalità gli opinionisti di Rai Sport. Proprio in quel momento Amedeo Goria intervistava il ministro dello Sport Piero Gnudi. A proposito di giovani: Piero Gnudi è nato nell’anno del secondo Mondiale di Vittorio Pozzo (1938), quando la Coppa del Mondo si chiamava ancora Coppa Rimet, e nel 1968, anno del primo e finora unico Europeo conquistato dall’Italia, festeggiava i trent’anni di età. Poi i saggi di Rai Sport si sono lanciati in una lunga analisi generazionale-antropologica-psicofisica-filosofica-culturale quando bastava dire che la Spagna era più forte e che l’Italia era a pezzi. Ridateci Fabio Caressa e Beppe Bergomi. Ridateci Berlusconi che al posto di Monti avrebbe fatto le corna al premier spagnolo Mariano Rajoy e avrebbe urlato “bella gnocca!” a Sara Carbonero mentre intervistava Iker Casillas.
L’Italia le ha prese con la Spagna, ma in Polonia e Ucraina ha sempre giocato a calcio. Per dirla con Monti, questa è la tassa da pagare per uscire dalla crisi del catenaccio.
Filippo Merli
Filippo Merli

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