
Mazzone è la comparsa di un vecchio film di Alberto Sordi. “Mi sembra di partecipare alle riprese di ‘Un americano a Roma’. C’è ‘sto DiBenedetto che da un momento all’altro dovrebbe rilevare la società, ha promesso investimenti, campioni, scudetti. Ogni giorno sui giornali esce qualcosa di nuovo. Io aspetto, sto alla finestra”. Carletto non dice neanche “pronto”. “Aò, che è successo?”. Risponde al telefono solo dopo la solita passeggiata. Ormai è una piacevole abitudine: alla mattina sfoglia i quotidiani sportivi, dopo pranzo infila un paio di vecchie Asics e fa due passi per mantenersi in forma prima della partita di ramino al circolo di Ascoli. La sfida a carte con gli amici è una tradizione nata tempo fa a Trastevere. Mazzone è cresciuto lì, nel rione più antico e suggestivo di Roma, dove le bancarelle espongono maglie tarocche di Totti e De Rossi fino a tarda sera e dove i panini portano i nomi dei giocatori giallorossi. Il campo, la panchina, la curva Sud, Roma: cioè Sor Carletto. “Sono molto legato alla famiglia Sensi, verso cui ho una profonda gratitudine e un ricordo che porterò sempre dentro di me. Sono amareggiato al pensiero che la Roma possa cambiare proprietà dopo tutto quello che hanno fatto Franco e Rosella. Spero solo che gli americani investano nella società, magari per vincere un altro scudetto. Me lo auguro per la città e per la tifoseria”. Mazzone, classe 1937, è al tavolo di un ristorante con vista sul mare. “Sono qui con mia moglie, cerco di recuperare un po’ di tempo perso col calcio. Ho avuto una carriera bella e lunghissima”. Interviste telefoniche, apparizioni televisive, partite in tivù: anche senza pallone Carletto non si annoia. E poi, come recita quel famoso detto del Testaccio, “de troppo riposo nun è mai morto nessuno”.
“In Italia - dice Mazzone a Generazioneditalenti.com - i soldi sono finiti. Non possiamo più permetterci certi investimenti e siamo obbligati a valorizzare i settori giovanili, come avviene da anni in Spagna, dove hanno vivai meravigliosi. E’ arrivato il momento di far crescere i ragazzi, di dare loro fiducia e l’opportunità di fare esperienza, a costo di non ottenere risultati immediati”. In passato Carletto ha fatto lo stesso con Francesco Totti. Che, nonostante i 17 anni, era titolare della sua Roma. “Ho creduto in lui, aveva potenzialità enormi e ho insistito. Ci ho visto giusto. Sono contento innanzitutto per lui, per la società e per i tifosi. E, ovviamente, anche per me”. Totti è nato Totti, però. “Sì, è un fatto genetico. E’ talento naturale. Nessuno ha responsabilità se oggi non ci sono in giro nuovi Totti. Poi, chissà, magari tra qualche anno ne nasceranno altri”. Oltre ai giovani giocatori ci sono i giovani allenatori. Come Vincenzo Montella, che è passato dai Giovanissimi alla prima squadra della Roma. Per certi tecnici la gavetta non esiste. “In questo modo - prosegue Mazzone - rischiano di bruciarsi. Un esempio: Leonardo, prima di perdere il derby col Milan e prima della batosta con lo Schalke, era considerato un grande allenatore, poi è stato attaccato su più fronti e ha subìto critiche pesantissime. Tutto nel giro di tre giorni. L’esperienza conta in tutti i mestieri, serve per formare, per crescere, per imparare. Oggi alcuni tecnici cominciano subito dall’Inter, dal Milan o dalla Juve, come è accaduto lo scorso anno a Ciro Ferrara, invece dovrebbero partire dal basso e arrivare ai grandi club passo dopo passo. Oggi un allenatore, al di là di schemi e moduli, deve essere prima di tutto uno psicologo. Non è facile entrare nella testa di ragazzi belli, ricchi e famosi che spesso hanno caratteri difficili. Come Balotelli e Cassano, come Menez. In Italia abbiamo la scuola di allenatori migliore d’Europa, ma a Coverciano la psicologia non si può insegnare. Quella è una dote naturale che si coltiva nel tempo, con l’esperienza che, ripeto, è fondamentale”.
Il video di quella corsa sotto la curva dell’Atalanta, mentre i dirigenti del Brescia cercano di trattenerlo e le telecamere registrano una serie inequivocabile di “li mortacci”, è ancora tra i più cliccati di You Tube. C’è Mazzone in quello scatto: sanguigno, vero, istintivo. Spontaneo anche quando fa l’attore improvvisato che parla di calcio in treno con Oronzo Canà nel sequel dell’Allenatore nel pallone. Sincero, Carletto. Anche quando parla di Cesare Prandelli. “Lui ha il compito più difficile. Il primo a pagare le conseguenze di uno scarso ricambio generazionale è proprio il citì della Nazionale. Parliamoci chiaro: in Italia si pensa solo a vincere, non alla valorizzazione dei giovani, e se i risultati non arrivano il mister viene messo subito in discussione. Io tifo Italia e in particolar modo per Prandelli”. Mazzone, ai tempo del Brescia, ha allenato Roberto Baggio e Pep Guardiola. “Pep è l’eccezione che conferma la regola. Anche lui - dice ancora Carletto - ha cominciato subito con una grande squadra come il Barcellona, tra l’altro vincendo tutto. Però, a differenza dei mister di cui parlavamo poco fa, Guardiola ha fatto esperienza nel settore giovanile blaugrana. Ogni tanto ci sentiamo al telefono, è un ragazzo meraviglioso e sono orgoglioso di averlo allenato. Guardo tutte le partite del Barça, oltre ovviamente a quelle della Maggica”. E calca la pronuncia sulla doppia “g”. Sor Carletto preferirà sempre la Roma all’amatriciana di quella all’americana.
Filippo Merli